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Padova – I profughi abbandonati occupano il giardino dell’ex-scuola Gabelli

13 Apr

“Al Comune chiediamo l’apertura immediata del centro di accoglienza oppure entreremo da soli!”

Il 28 febbraio, dopo due anni di speculazioni ed un piano di accoglienza che non ha previsto alcuna vera inziativa di inserimento socio/economico, nonostante 1 miliardo e 300 milioni di euro stanziati, i profughi provenienti dalla Libia sono stati messi in strada con una buona uscita utile a sopravvivere poco più di qualche settimana.

In molti hanno cercato fortuna altrove, molti altri hanno scelto di provare ad inseirirsi a Padova, ma si sono ritrovati senza un tetto e sono stati temporaneamente ospitati nei locali dell’Associazione Razzismo Stop.

Lo scorso 22 marzo, con una richiesta sottoscritta da centinaia di associazioni, docenti, giuristi, singoli cittadini, abbiamo chiesto al Comune di Padova di far fronte a questa nuova drammatica emergenza, riaprendo temporaneamente le porte dell’ex scuola Gabelli, senza costi per l’amministrazione.

Molte associazioni si sono rese disponibili a gestire gratuitamente questo momento di transizione, per cercare di aiutare questi ragazzi, che vogliono inserirsi nel nostro territorio, a costruirsi un’opportunità.

Ma dopo oltre 20 giorni di attesa non abbiamo avuto nessuna risposta dall’amministrazione che, di fatto, ha abbandonato i profughi dalla Libia in una situazione di vera emergenza sociale.

Dare loro un posto dove stare è una scelta di dignità e giustizia, doverosa nei confronti di chi, dopo essere fuggito dalla guerra e dalle torture libiche, rischia di essere messo in “fuga” un’altra volta dalle nostre istituzioni.

Per questo siamo qui, all’interno del giardino dell’ex scuola Gabelli, chiedeno all’amministrazione di rompere il silenzio e di riaprire immediatamente le porte del centro di accoglienza.

Chiediamo a tutti di sostenere ancora questa nostra richiesta e l’inziativa dei rifugiati raggiungendo l’ex scuola Gabelli.

E invitiamo tutti domenica 14 aprile 2013
all’assemblea pubblica per il sostegno ai profughi
alle ore 17, nel giardino dell’ex scuola Gabelli, in via Giolitti, nel quartiere San Lazzaro a Padova

 

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Aspettando i barbari. A proposito dell’emergenza sbarchi…

27 Nov

Tratto da http://www.meltingpot.org

360 più 80, uguale 440. Numeri. Persone. Esseri umani in fuga. Un fine settimana come tanti altri. Il Mediterraneo, ancora una volta, da speranza per tutti rischia di diventare una tomba per molti. Troppi.

Dal 1996 ad oggi 6.448 migranti sono annegati nel solo canale di Sicilia, nel disperato tentativo di raggiungere il nostro paese, cercando di mettersi alle spalle guerre, povertà, carestie, violenze. Disposti a rischiare una vita che nel proprio paese d’origine non vale nulla. L’Italia, l’Europa, mete da raggiungere a qualsiasi costo, con in tasca il sogno di un futuro degno di essere vissuto. Quel sogno che porta ad attraversare deserti, affidandosi ad aguzzini senza scrupoli, rischiando di trovarsi nelle mani di milizie feroci che non hanno problemi nel sotterrare donne, uomini e bambini in lager per migranti, come succede in Libia.

 

Quella Libia con cui l’Italia firmava accordi bilaterali ai tempi di Gheddafi, che equivalevano a una condanna a morte per migliaia di persone. In mare, nel deserto, nelle prigioni, l’importante è che non arrivassero vicini ai confini della Fortezza Europa. Pronti eventualmente ad essere usati come arma di ricatto, stipati nelle carrette dei mari e spediti come pacchi bomba verso i confini del nostro paese. Gheddafi è morto, l’Europa ha condannato l’Italia per quegli accordi stipulati in sfregio al diritto, eppure il governo dei tecnici ha scelto, molto politicamente, di continuare sulla strada tracciata, firmando nuovi accordi che ricalcano quelli precedenti.

Qualcuno pensa di svuotare il mare con un cucchiaino, proclamando ad ogni piè sospinto una nuova crisi umanitaria. Dopotutto è sicuramente più facile governare manu militari l’emergenza che non pianificare politiche di accoglienza e inclusione che prendano atto dell’irreversibilità di un fenomeno inarrestabile, adottando quegli strumenti che consentirebbero di non rischiare la vita nel tentativo di raggiungere le nostre coste, e che eviterebbero di ingrossare le fila dell’esclusione e della clandestinità.

Un salto di qualità, un cambio di paradigma che non regala certo facili consensi, che parla alla testa delle persone e non alla loro pancia. Quando l’Italia sciorina i dati sull’”invasione” di profughi e richiedenti asilo, nel resto d’Europa si mettono a ridere. Numeri risibili i nostri, se confrontati con la maggior parte dei partner europei. Il problema acclarato, semmai, è l’incapacità politica di governare processi ormai strutturali, consolidati. Non c’è da stupirsi, ovviamente. Come diceva qualcuno, un morto è una tragedia, tanti morti sono una statistica.

Questo è il paese della Bossi-Fini, dei ministri che chiedono di sparare per affondare i barconi della disperazione, è il paese che non riesce nemmeno a discutere del riconoscimento della cittadinanza ai giovani nati in Italia da genitori stranieri. Insomma, il (c’era una volta) belpaese.

 Benvenuti in Italia! Vulite ’a spremuta o vulite ’o caffe’?