Archivio | gennaio, 2010

Una colonna sonora per il 1 Marzo “24h senza di noi”

30 Gen

Questo è un appello agli “artisti” a mettersi in rete e costruire insieme una colonna sonora che sia dentro e per il primo marzo, la giornata di “24h senza di noi” lo sciopero dei migranti in Italia.

Aderire come singoli, gruppi, collettivi, autori e interpreti per difendere il diritti di libertà di tutti, ma anche regalare un brano, una composizione, una canzone che costruiscano la colonna sonora di tutte le iniziative verso e del 1 marzo.
Una colonna sonora che sia anche filmata e accompagnata da immagini che video maker, registi, fotografi e artisti visuali vogliano utilizzare e inviarci come contributo e adesione alla giornata del 1 marzo “24h senza di noi”.
“Costruiamo una musica “in comune” contro il sentire razzista che sia più alta dei cori negli stadi, più forte delle violenze giornaliere, delle politiche razziste e xenofobe del governo e di forze politiche come la Lega. Una musica che riscaldi il cuore solidale che sia capace di farsi sentire e sia capace di ascoltare; una musica “in comune” per ricordarci che siamo tanti e con la voglia di trasformare la realtà.
La musica è un patrimonio comune di tutti coloro che camminano sulle strada del mondo esuli e migranti; la storia ci racconta che uomini e donne portati schiavi in catene hanno saputo mantenere una speranza di dignità e riscatto anche e soprattutto attraverso i loro canti e i loro ritmi.
Schiavi africani portati in catene in America hanno contribuito alla nascita delle musiche più belle della cultura contemporanea con il jazz, rap, il blues, in Jamaica con il reggae, nelle Antille con la Salsa; ritmi che hanno influenzato tutti gli stili contemporanei dal Rock all’Elettronica.
Ci sono uomini e donne che si sono liberati anche attraverso la musica, mentre ora una nuova schiavitù torna proprio sotto i nostri occhi e trascina anche a noi nel suo vortice: Rosarno è un destino che non vogliamo ma che può riguardare anche tanti di noi in un prossimo futuro.
Con la nostra musica cogliamo quest’occasione per ricordare da che parte stiamo, perchè sono tanti, troppi, quelli che ascoltano la musica che ci piace fare e poi allo stadio o per strada aggrediscono i migranti; scegliamo di stare dalla parte dei diritti e della libertà.
Per aderire 1marzoriginalsound@globalproject.info

http://www.globalproject.info
http://www.meltingpot.org

Annunci

Contro la crisi blocco degli sfratti

27 Gen

No sfratto day – CONTRO LA CRISI BLOCCO DEGLI SFRATTI
Verso il Primo Marzo conquistiamo il diritto a non essere sfrattati

Oggi si è svolta una importantissima giornata di lotta: la Rete anti- sfratti è riuscita a bloccare 4 sfratti che avvenivano contemporaneamente ottenendo proroghe che vanno da aprile a giugno.

E’ un gran successo che dimostra che lottando si vince tanto più se si è uniti e tanti.

In Via Manara a Padova è il secondo accesso per questo sfratto. Si tratta di una famiglia di origine marocchina con un figlio. Una famiglia monoreddito in cui lavorava solo il padre che ora si trova in cassa integrazione straordinaria a 750 euro al mese. L’affitto per l’abitazione di 26 mq era di 550 euro che ora la famiglia non è più in gradi di pagare.

A Cittadella in provincia di Padova il sindaco leghista Bitonci, noto per i suoi provvedimenti discriminatori e razzisti, ha emanato una delibera che prevede dei punti in graduatoria in più per l’alloggio pubblico per chi la residenza da oltre 10 anni. Questa famiglia algerina è già in graduatoria da moltissimi anni, ma oggi era previsto il secondo accesso per lo sfratto che è stato rinviato al 9 aprile.

A Padova, in via Todesco ed in via Delle Melette, per difendere lo sgombero delle case occupate da giovani precari tra le quali una palazzina sottratta alla vendita speculativa dell’Ater.

E’ stata una gran giornata di lotta soprattutto perché ha visto tante famiglie che rischiano lo sfratto aiutarsi l’una con l’altra, tutti unite per salvare il proprio diritto all’abitazione e per chiedere a gran voce la moratoria di tutti gli sfratti.

In questo tempo di crisi conquistare per tutti il diritto a non essere sfrattati è un passaggio importante.

Oggi i cittadini migranti che si stanno organizzando nella Rete Antisfratti aprono una prospettiva per tutti: quella di conquistare collettivamente il diritto a non essere sfrattati, il diritto a una moratoria reale degli sfratti.

Costruiamo insieme la difesa collettiva dagli sfratti partecipando agli appuntamenti di mobilitazione.

E’ stato un importante passaggio di costruzione dello sciopero sociale del primo marzo, giornata in cui portare questa richiesta al Prefetto di Padova per ottenere una moratoria generalizzata.

RETE ANTI SFRATTO

Informazioni al numero 049 692171

Adl Cobas, Associazione difesa lavoratori – Via Cavallotti 2, Piazzale S. Croce

Ass. Razzismo Stop – via Gradenigo 8, Portello

Asc, Agenzia sociale per la casa- via Marzolo 15, Portello

Padova – Verso il 1 marzo “Un giorno senza di noi” Per costruire una giornata di sciopero sociale

25 Gen

Sabato 23 gennaio 2010 si è svolta presso la sede dell’Associazione Razzismo Stop in Via Gradenigo a Padova la prima assemblea del Comitato 1 marzo Padova.
L’assemblea ha visto la partecipazione di molti cittadini migranti, di studenti, precari ed è stata un primo momento di confronto per affrontare insieme la preparazione della giornta del 1 marzo.
Da più interventi è stato sottolineato come questa giornata può essere un importante momento in cui attraverso molteplici forme dare vita ad uno “sciopero sociale” che dia visibilità alla presenza dei cittadini migranti e sia anche una giornata di azione comune di autoctoni e stranieri contro le politiche razziste ma anche contro la precarietà della vita per tutti.
Una giornata in cui non andare al lavoro, in cui non svolgere le normali attività, in cui dar vita a scioperi dei consumi, a lezioni in piazza, a azioni collettive contro il razzismo .. una giornata di cui certo saranno protagonisti i cittadini migranti con le forme che sceglieranno per dar vita ad “una giornata senza di noi”.
Una giornata che non vuole avere il sapore “etnico” ma anzi essere un atto collettivo comune. In questo senso una giornata “con tutti noi”. Un “noi” collettivo che vuole affermare che la precarietà in ogni senso che oggi colpisce i cittadini migranti è lo specchio di una condizione sociale inaccettabile.
Nell’assemblea si è sottolineato che oltre alla stessa giornata del 1 marzo sarà importante tutto quello che insieme si farà nel percorso di preparazione.
In questo senso le iniziative che si stanno costruendo a partire dalla Rete antisfratti, di cui sono protagonisti in particolar modo i cittadini migranti posso essere un percorso importante così come tutte le altre iniziative che portino verso il 1 marzo attraverso pratiche collettive.
Si è parlato anche delle proposte che intorno al 1 marzo stanno discutendo in particolare i lavoratori migranti impegnati nel lavoro delle cooperative. Così come si è discusso l’importanza di far girare la voce del 1 marzo in tutta la città, nelle scuole, nell’Università.
Sognare” in modo collettivo una giornata con tante forme di protagonismo senza rinchiudere la parola “sciopero” in un limite già definito.
Si è anche pensato di costruire uno spazio pubblico per l’intera giornata del 1 marzo davanti alla Prefettura in modo da dare un punto di riferimento comune per tutta la giornata in cui dare visibilità a tutte le forme i partecipazione allo “sciopero”.
La discussione continuerà nelle prossime settimane insieme alla promozione con materiali informativi e iniziative della giornata del 1 marzo in tutta la città.
Primo appuntamento:

Sabato 30 gennaio 2010 ore 15.00
Giardini dell’arena
Volantinaggio collettivo sulla proposta del 1 marzo

Entra anche tu nel Comitato Primo Marzo di Padova
ci trovi in Facebook al gruppo: Primo Marzo 2010 Sciopero degli stranieri – Gruppo di Padova
mail primomarzo2010padova@gmail.com

Contro la crisi, blocco degli sfratti! Partecipiamo al No sfratto Day

25 Gen

Appuntamento il 27 gennaio per continuare la mobilitazione a Padova e Cittadella

Questa mattina la Rete anti-sfratto ha svolto un presidio di fronte alla sede del Servizio politiche abitative del Comune per rivendicare il blocco degli sfratti a Padova ed in Provincia.
Precari, studenti, migranti si sono dati appuntamento per difendere e tutelare il diritto alla casa, soprattutto in un momento di crisi globale quale è quello in cui viviamo in questo momento.
Continuano, quindi, le lotte contro gli sfratti a famiglie e a giovani messi alla porta per morosità e contro ogni sgombero di case occupate.
Il prossimo appuntamento è per mercoledì 27 gennaio “No sfratto Day”.
In questa giornata la Rete Antisfratto invita tutti a mobilitarsi per:
– bloccare lo sfratto contro una famiglia di migranti a Cittadella. Uno sfratto che nasce dalle politiche razziste e discriminatorie portate avanti dal Sindaco Bitonci. E’ una occasione importante per riaffermare il diritto alla casa contro ogni forma di razzismo istituzionale.
– bloccare uno sfratto a Padova che riguarda un nucleo famililiare di cittadini migranti in Via Manara
– impedire i tentativi di sgombero delle case occupate in Via delle Melette e Via Todesco a Padova.
L’appuntamento per tutti è alle ore 7.30 in via Gradenigo 8 (sede dell’Associazone Razzismo Stop) per organizzarsi nei diversi picchetti.
Per il blocco degli sfratti ed ottenere una moratoria reale degli sfratti a Padova e Provincia
Verso il 1 marzo “Una giornata senza di noi”
Informazioni al numero 049 692171
-Adl Cobas, Associazione difesa lavoratori – Via Cavallotti 2, Piazzale S. Croce
-Ass. Razzismo Stop – via Gradenigo 8, Portello
-Asc, Agenzia sociale per la casa- via Marzolo 15, Portello
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Comunicato della Rete Antisfratti
27 GENNAIO 2010
NO SFRATTO DAY
In questo momento di crisi, da cui usciamo ogni giorno per poi ricadere più profondamente il giorno seguente, sono centinaia i provvedimenti di sfratto esecutivo richiesti da privati contro altrettante famiglie, in tutta la provincia di Padova, previsti per i prossimi mesi. Si tratta di sfratti per morosità, accumulata dopo la perdita del lavoro e delle possibilità di accedereaad un reddito. Tra questi, la grande maggioranza sono emessi contro cittadini migranti, licenziati, sospesi, cacciati, messi ai margini o semplicemente rifiutati da quel mercato del lavoro che tanto sembrava aver bisogno di loro e che oggi, in nome della crisi, vorrebbe farli sparire nel nulla.
Ma non chiamateli poveri, non ricercate le cause di tutto questo nel disagio o nella marginalità sociale. Sono precari, non gli ultimi della terra, ma la grande maggioranza dei soggetti che abitano le nostre città e che vivono nella ricerca di reddito intermittente e nell’incertezza: SIAMO NOI.
Per loro il destino è la strada visto che moltissimi enti locali, nonostante questa situazione, hanno ristretto le possibilità di far fronte all’emergenza abitativa.
I più colpiti sono ancora una volta i cittadini migranti che, nonostante vivano nei nostri territori da molto tempo, in assenza di un contratto di lavoro, non possono partecipare alle graduatorie per l’assegnazione degli alloggi popolari, come previsto dalla legge Bossi-Fini. E se questo non bastasse, ci pensano le politiche discriminatorie ad aggravare ancora la situazione. Il contributo per l’affitto può essere richiesto solo da chi è residente in Italia da 10 anni ed in Veneto da 5. In pochi sanno poi che le case costruite con i fondi incassati attraverso il piano vendita, potranno essere assegnate solo a chi è residente da 10 anni.
E’ per questo che, per fronteggiare questa emergenza, sono stati gli stessi destinatari dei provvedimenti di sfratto ad organizzarsi per difendere insieme le loro case, perchè a nessuno venga tolta l’abitazione.
Così, lo sfratto di ognuno sarà lo sfratto di tutti.
NO SFRATTO DAY MERCOLEDì 27 GENNAIO
A Cittadella, per difendere una famiglia con due figli da uno sfratto per finita locazione.
A Padova, in via Manara, per difendere una famiglia di un lavoratore in cassa integrazione con un figlio.
A Padova, in via Todesco ed in via Delle Melette, per difendere lo sgombero delle case occupate da giovani precari tra le quali una palazzina sottratta alla vendita speculativa dell’Ater.
Tra crisi e razzismo, tra inerzia delle amministrazioni e voglia di speculazione si consuma la negazione del diritto ad abitare, una delle tante faccie della precarietà contemporanea.
A Padova ed a Cittadella, mercoledì 27 gennaio, sarà una giornata di mobilitazione per una moratoria degli sfratti in tutta la Provincia.
Qui, a Padova, dove il mercato delle abitazioni è un affare da palazzinari.
A Cittadella, dove il razzismo della Lega Nord, del Sindaco Bitonci, ha scelto di discriminare proprio i migranti nell’accesso agli alloggi pubblici.
Verso il 1 marzo 2010 – Un giorno senza di noi. Per il blocco degli sfratti a Padova ed in Provincia
RETE ANTI SFRATTI DI PADOVA E PROVINCIA

Padova – Le cattive abitudini

20 Gen

Riceviamo da un cittadino di Padova queste foto.


Crediamo sia importante mostrare quali sono le “abitudini” della polizia
municipale di Padova nei confronti degli ambulanti senegalesi e non solo:
arresti, inseguimenti, pestaggi in caserma, sequestri di denaro.
Cambiano le amministrazioni comunali, gli assessori e i sindaci ma è anni
che denunciamo ciò perchè è anni che accade.
Anche per questo costruiremo il sogno del Primo marzo, un giorno senza di noi

Appuntamenti

14 Gen

Dopo il riuscito presidio di mercoledì, presidio che si e’ poi trasformato in corteo, portando nelle piazze padovane la solidarietà ai migranti di Rosarno, altri appuntamenti ci aspettano nei prossimi giorni. Innanzitutto le iniziative legate allo sciopero dei migranti del primo marzo: l’iniziativa nata su Facebook ha poi preso piede a livello nazionale e, soprattutto dopo gli eventi di Rosarno, e’ diventata ancora più importante. Per questo e’ stata lanciata per sabato 23 gennaio alle 17 a Padova, presso la nostra sede in via Gradenigo 8, la prima assemblea del comitato cittadino “Primo marzo – Un giorno senza di noi” a cui tutti siamo invitati a partecipare.
Per concludere, un altro appuntamento: martedì 19 presso la stazione di Padova, in concomitanza con un analoga iniziativa che si tiene a Castelvolturno, ci sarà un presidio comunicativo in solidarietà ai migranti di Rosarno.

Scarica e diffondi il volantino sulle iniziative verso il primo marzo che si terrano a Padova
* Martedì 19 gennaio ore 1730 Stazione di Padova – Presidio comunicativo per i migranti di Rosarno in concomitanza con analoga iniziativa di Castelvolturno
* Sabato 23 gennaio Razzismo Stop Via Gradenigo 8 – Prima riunione del comitato “Primo marzo – Un giorno senza di noi”

Da Rosarno a Padova – Più diritti per tutti!

13 Gen

Nel pomeriggio di oggi è avvenuto nella città di Padova un presidio antirazzista in solidarietà ai lavoratori di Rosarno.
Di fronte ai gravissimi fatti avvenuti negli ultimi giorni nella città calabrese, un gruppo di studenti universitari ha deciso di lanciare un’iniziativa contro ogni politica razzista e xenofoba.
Il sit-in si è trasformato ben presto in un corteo che ha attraversato le vie del centro cittadino, a cui hanno partecipato circa 200 persone, tra studenti, migranti, associazioni e cittadini padovani.

A livello nazionale si stà costruendo una giornata di sciopero sociale dei migranti prevista per l’1 marzo 2010. L’associazione Razzismo Stop stà organizzando delle iniziative in vista di questa importante data. La prima si terrà sabato 23 gennaio alle 17, presso via Gradenigo 8, dove avverrà la prima assemblea del comitato cittadino “Primo marzo – Un giorno senza di noi”. E poi martedì 19 presso la stazione di Padova, in concomitanza con un’analoga iniziativa che si tiene a Castelvolturno, ci sarà un presidio comunicativo in solidarietà ai migranti di Rosarno.
Di seguito il comunicato di lancio dell’iniziativa:

L’eccezionalità di quanto sta accadendo a Rosarno impone a noi tutti una presa di posizione netta, univoca, urgente.
I fatti di Rosarno sono il frutto della commistione di diversi fattori – contingenti e non -, che nella sua complessità non è affrontabile in questa sede. Tuttavia, per la loro tragicità, travalicano l’ambito locale e sono emblematici di una realtà che interessa e riguarda noi tutti.
Una realtà fatta di lavoro nero, precarietà, criminalità organizzata, politiche razziste e xenofobe, emarginazione ed esclusione sistematica dei soggetti più deboli e ricattabili, banalizzazione della violenza e incapacità assoluta delle istituzioni non solo nell’esercizio del loro ruolo di mediazione e risoluzione dei conflitti, ma in quello assolutamente elementare di tutela e garanzia dell’integrità della vita umana e del vivere civile.
La richiesta della comunità migrante di Rosarno era basilare: “Non sparateci addosso”. L’ennesimo gesto di violenza perpetrato nei confronti dei lavoratori stranieri – il ferimento di due di loro – ha scatenato una rivolta che ha visto una reazione assolutamente sproporzionata, violenta e xenofoba di parte della cittadinanza che ha praticato una vera e propria caccia al nero: attualmente si contano 4 africani investiti intenzionalmente con auto, altri 4 sono stati sprangati e 2 di loro sono tutt’ora ricoverati in gravi condizioni, 5 sono i feriti da arma da fuoco; 1 cittadino rosarnese è in stato di arresto con l’accusa di tentato omicidio per aver tentato di investire degli africani con un escavatore.
Questa esplosione di assoluta brutalità è stata spiegata dal ministro degli Interni Maroni con una frase che ha dell’incredibile: “C’è stata troppa tolleranza con i clandestini”. E’ lo stesso ministro che qualche mese fa invocava “cattiveria” nei confronti degli immigrati.
Tutto ciò è l’esemplificazione di uno stato di ingiustizia sociale, sfruttamento e diseguaglianze prodotto anche da politiche nazionali razziste e securitarie che mai come in questo momento si rivelano fallimentari e inappropriate.
Ma tutto ciò può costituire anche un pericolosissimo precedente.
E’ doveroso fermarci a riflettere su come i fatti di Rosarno potrebbero facilmente avere una declinazione “Veneta”. La nostra Regione vede uno dei più alti tassi di popolazione immigrata del paese e la domanda di manodopera a basso costo ha creato anche qui situazioni di sfruttamento.
I toni della politica semplicistica e xenofoba rischiano di far degenerare le reazioni della pubblica opinione al fenomeno dell’immigrazione. Questa iniziativa vuole marcare uno spartiacque, tra chi è in grado di distinguere il reale dalla sua mistificazione.
I fatti di Rosarno ci mostrano come un gruppo di migranti sia stata vittima di mali italiani, quali le organizzazioni criminali, lo sfruttamento del lavoro nero e una barbarie antidemocratica che hanno portato ad estreme conseguenze.
Domani Padova potrebbe essere il teatro delle stesse violenze. Domani si potrebbero creare delle barricate di poveri contro poveri divisi solo dall’intolleranza e da politiche di gestione dei flussi migratori controproducenti e scellerate.
I più deboli, resi vulnerabili proprio da politiche che non garantiscono il loro inserimento nel tessuto economico e sociale – ed anzi, ne praticano la sistematica esclusione – hanno avuto, come ha detto Saviano, il coraggio della disperazione nel lanciare la rivolta dei più puri.

Padova deve stare dalla parte della verità e della solidarietà. Dalla parte della giustizia e dei giusti.

Fonte: Global Project

Quel che resta di Rosarno

11 Gen

Perché, dopo questa ribellione, sarà più difficile mentire sull’immigrazione
di Alessandra Sciurba

Sarebbe bello pensare che il vento sta cambiando. Oggi sembra quasi possibile indugiare in questa speranza.
Dopo il primo giorno di tentennamenti, gran parte della stampa, per una volta, sta riflettendo onestamente sull’accaduto.
Ci hanno provato, Maroni in testa, a liquidare Rosarno come un’orgia di violenza immotivata, quasi un impazzimento collettivo derivante dallo stato di clandestinità che sempre più, in questo paese, viene raccontato come sinonimo di criminalità connaturata.
E invece no, il coraggio di chi si è ribellato ha costretto a diradare almeno in questi giorni la cortina di menzogne che da anni in Italia accompagna ogni discorso che riguardi l’immigrazione. Non ha retto neppure per un istante l’ipotesi che il problema derivi dalla mancata applicazione della linea dura voluta da questo governo. Persino la sinistra istituzionale, incredibilmente, ha avuto per una volta il coraggio di essere davvero opposizione, anche se pesanti rimangono sulle sue spalle le responsabilità dell’annientamento dei diritti dei migranti in questo paese.
Rosarno ha mostrato al di là di ogni discorso possibile, che la ribellione per difendersi dai soprusi, dallo sfruttamento, dal razzismo, non solo è giusta ma è anche possibile. E questa è una cosa che in un paese come l’Italia molti hanno dimenticato, specialmente a Sud, dove la rassegnazione è uno stile di vita. Dove si accetta l’inaccettabile come fosse una punizione divina.
La rivolta di Rosarno, inoltre e soprattutto, ha messo a nudo tutte le ipocrisie delle ultime leggi che in Italia hanno gestito il fenomeno dell’immigrazione: leggi fatte ad hoc per favorire il massimo sfruttamento possibile della forza lavoro di migliaia di donne e uomini abbattendo tutti i costi, ovvero demolendo tutti i loro diritti.
Che la Bossi-Fini produca e alimenti solo la clandestinità è un dato oggettivo, banale, basta guardare la realtà. E non perché la legge venga troppo spesso elusa, non perché ci siano troppi magistrati che non la applicano, come ha detto il Ministro Gelmini intervistata dalla trasmissione televisiva Mezz’ora.
La Legge Bossi-fini produce strutturalmente illegalità perché impedisce, con calcolo, qualunque forma di regolarizzazione anche per chi ha un lavoro da anni, allo stesso modo in cui rende impossibile, di fatto, l’attivazione di canali di ingresso .legali sul territorio. Pensiamo per un momento all’ultimo decreto flussi, quando 700.000 domande di regolarizzazione furono presentate da altrettanti datori di lavoro che offrivano un posto fisso, la certezza di un’abitazione, e persino la disponibilità a pagare il biglietto di un eventuale rimpatrio del loro lavoratore immigrato. Di queste domande solo 170.000 furono accolte perché così stabilivano le quote, lasciando in tal modo 530.000 persone che avrebbero potuto fare ingresso nella legalità in una situazione di clandestinità forzata. Quale logica può mai giustificare questi dati? È ideologico leggere in questi numeri una volontà politica di far rimanere in una situazione di precarietà assoluta e quindi di sfruttamento il maggior numero di persone possibile?
Anche i respingimenti verso la Libia voluti da Maroni potrebbero essere letti in questa chiave.
Chi erano le persone rimandate a subire torture e violenze nel paese di Gheddafi? Capri espiatori. Poche migliaia rispetto ai grandi numeri dei migranti che arrivano nel nostro paese quasi tutti con visti che poi scadono e non vengono rinnovati. Poche migliaia e quasi tutti (e sono le stime dell’Acnur a dirlo) profughi di guerra. Persone che avrebbero diritto all’asilo, persone che avrebbero diritto all’accoglienza e che quindi costerebbero e non sarebbero così facili da trasformare in mera forzo lavoro usa e getta. Due piccioni con una fava, questi respingimenti: inscenare il grande spettacolo muscolare di uno Stato che “affronta” il problema dell’immigrazione clandestina ed evitare di sobbarcarsi i costi che la presenza di rifugiati politici inevitabilmente comportano. E nel frattempo, da frontiere meno spettacolarizzate, l’esercito di braccia necessarie a muovere questo paese non ha mai cessato di arrivare. Anche in tempo di crisi, a raccogliere le arance a 25 euro al giorno e a dormire in mezzo ai topi gli italiani (o almeno la maggior parte di loro) non ci vanno.
Diciamolo finalmente: non solo le aziende, ma anche le piccole e grandi mafie che gestiscono gran parte delle raccolte stagionali su gran parte del territorio italiano non potevano trovare un alleato migliore della normativa vigente in materia di immigrazione. Da anni ormai arrivano le retate della polizia, a fine stagione, a togliere dagli impicci padroncini e caporali che non vogliono pagare i loro lavoratori. Retate che sempre se la prendono con i migranti che hanno lavorato in nero e praticamente mai con chi da quel lavoro in nero ha tratto la sua fortuna. Ci mancava solo il reato di clandestinità per dare l’ultimo e più terribile strumento a chi tratta i migranti come carne da comprare a peso: la minaccia di una delazione sempre possibile: “Non protestare. Anche se non ti pago, anche se quasi ti ammazzo di botte. La legge dà ragione a me perché se vai a raccontare qualcosa, per il solo fatto di non avere un permesso di soggiorno sei tu quello che verrà trattato come un criminale”.
Solo loro, gli uomini che da anni subiscono tutto questo, potevano raccontarlo con tanta chiarezza. Ci abbiamo provato a lungo noi ricercatori, attivisti antirazzisti laici e cattolici, membri delle associazioni e del volontariato, e tutte le volte siamo stati tacciati di mala fede e ideologia e certo non abbiamo avuto la stessa potenza e capacità.
Loro invece, pagando un prezzo altissimo, sono riusciti a farsi ascoltare. Con una dignità da cui imparare e che ancora una volta i soliti noti stanno cercando di far passare per violenza e brutalità.
È normale che anche la popolazione di Rosarno adesso sia sconvolta. C’è chi ha sparato e non è difficile immaginare di quale tipo di gente si tratti, c’è che si sta dando anima e corpo ai peggiori deliri razzisti che, guarda caso, sono accompagnati da dichiarazioni di ammirazione verso la politica della Lega e del Ministro Maroni. Ma ci sono anche tanti silenziosi che forse stanno riflettendo. Da una terra vessata e troppo spesso muta di fronte ai ricatti e alla sopraffazione si è levato un grido di rivolta che parla un’altra lingua, ma che forse si è fatto interprete di sentimenti taciuti da tanti italiani che da sempre vivono nella paura. Peccato che il divide et impera in tempi come questi funzioni così bene e la guerra di poveri contro i più poveri allontani la possibilità di immaginare un movimento che possa modificare una realtà marcia come quella meridionale, che però affonda le sue radici in un intero Stato italiano nato anche da un compromesso con la mafia dal quale non si è più liberato.
Adesso, tra le tante domande, ne resta una che preme più delle altre: dove finiranno queste migliaia di persone che con tanta forza si sono ribellate? L’unico modo per “difenderle”, come è stato dichiarato, è stato ad oggi quello di internarle dentro i centri quei centri di detenzione amministrativa che la televisione si ostina ancora a chiamare centri di accoglienza. Molti, probabilmente verranno espulsi, e per il ricordo che dell’Italia porteranno con sé bisogna provare vergogna.
Quello che hanno fatto, però, dovrà rimanere. Come un nuovo inizio fortissimo, giusto, che ha rimescolato ogni cosa facendo al contempo chiarezza.
Lo sciopero dei lavoratori migranti che si sta preparando in Italia come in Francia per il prossimo Marzo, così come la manifestazione romana fatta a sostegno della ribellione di Rosarno bloccata a manganellate prima che potesse arrivare al Viminale, potrebbero essere allora, finalmente, ulteriori passi di un percorso nuovo. Finalmente nuovo.

Fonte:www.meltingpot.org

Rosarno – Effetti collaterali della guerra permanente al nemico interno

10 Gen
Da http://www.meltingpot.org
Fulvio Vassallo Paleologo, Università di Palermo

Dopo il ferimento di alcuni migranti a Rosarno e la protesta di giovedì 7 gennaio, nella giornata di venerdì si sono moltiplicati gli atti di violenza nei confronti degli immigrati africani che alla fine si sono dovuti asserragliare in alcune strutture fatiscenti, mentre a poche centinaia di metri da loro, con il favore delle tenebre, centinaia di abitanti della zona accumulavano oggetti contundenti e taniche di benzina per farsi giustizia da soli. Solo l’intervento della polizia ha impedito che la situazione degenerasse ulteriormente.
Per tutta la giornata la RAI è stato costretta a svolgere i servizi giornalistici sotto l’evidente intimidazione dei “comitati spontanei” che avevano occupato la piazza antistante il comune. I cronisti hanno fornito con successive approssimazioni imposte evidentemente dalla piazza una descrizione dei fatti che giustificava gli aggressori e scaricava tutte le responsabilità sugli aggrediti. Gli stessi “comitati spontanei di cittadini” hanno impedito che si svolgesse la mediazione avviata in Municipio, ed hanno attaccato persino le forze di polizia quando queste si frapponevano per impedire veri e propri linciaggi.
Due ragazzi africani sono stati presi a sprangate ed adesso in ospedale versano in gravissime condizioni, altri sono stati feriti con i fucili a pallini, non si contano quelli che sono stati investiti da automobilisti, mentre aumentano le menzogne diffuse ad arte sulla dinamica dei fatti, in modo da criminalizzare l’intero movimento di protesta degli africani, ridotti da mesi a lavorare ed a vivere nelle campagne della piana di Gioia Tauro e di Rosarno in condizioni schiavistiche. Anche se lo spiegamento dei pattuglioni di polizia inviati da Roma raffredderà gli animi per qualche giorno, ormai in quella terra sarà “caccia ai neri”, e presto potrebbero esserci altre vittime.
Tra gli stessi promotori della campagna per cacciare via da Rosarno tutti gli immigrati, assai probabilmente quei caporali e quei padroncini che devono ancora pagare quanto gli stessi immigrati hanno guadagnato in queste settimane con il loro lavoro, come in Sicilia, dove alla fine del raccolto si chiama la polizia per espellere i lavoratori “clandestini”, in modo da non pagare loro i magri salari che gli spetterebbero.

Di fronte a queste situazioni di illegalità che denunciamo da tempo, a Rosarno, come a Castelvolturno, e ancora in Sicilia ed in Puglia, nessuno può fingere di ignorare (www.terrelibere.org e http://www.fortresseurope.blogspot.com ) un degrado sociale che trova il suo fondamento nel fallimento delle politiche migratorie, nell’abbandono da parte dello stato, nel controllo del territorio, in Calabria come in altre regioni meridionali, da parte delle organizzazioni criminali e nello sfruttamento selvaggio dei braccianti immigrati, irregolari o regolari che siano poco importa.

Il ministro Maroni ed altri rappresentanti di governo si sono limitati ai consueti ritornelli a sfondo xenofobo, spaziando (si fa per dire) dalla “tolleranza zero”, alla denuncia di un eccessivo lassismo nei confronti dell’irregolarità, fino alla celebrazione dei “successi” conseguiti nella “lotta contro l’immigrazione clandestina”. Maroni, intervistato su Canale 5 è arrivato persino ad attribuire la responsabilità dei fatti di Rosarno alla “tolleranza” nei confronti degli immigrati irregolari, affermando che “in questi anni è stata tollerata, senza fare nulla di efficace, l’immigrazione clandestina che ha alimentato la criminalità e ha generato situazioni di forte degrado come quella di Rosarno”, aggiungendo che “a Rosarno stiamo intervenendo con i mezzi e i tempi necessari” perché in quella zona c’è “una situazione difficile, così come in altre realtà. Per ora abbiamo posto fine agli sbarchi di clandestini a Lampedusa e a poco a poco riporteremo alla normalità le situazioni”.

Più preoccupante l’altro annuncio di Maroni, secondo il quale i trasferimenti degli immigrati da Rosarno avverranno solo dopo la loro identificazione, proposito che lascia presagire una deportazione su vasta scala, con la consegna di numerosi provvedimenti di espulsione, con l’apertura di centinaia di procedimenti penali per soggiorno irregolare, e con l’internamento di quanti non riusciranno a lasciare al più presto Rosarno con i propri mezzi, nei centri di detenzione amministrativa ubicati in Calabria a Lamezia, in provincia di Catanzaro, ed a Crotone. Anche il trasferimento già avviato verso centri di prima accoglienza, come quello di Isola di Capo Rizzuto, potrebbero tradursi in una trappola, o in una ulteriore fuga nella clandestinità, per tutti coloro che sono privi di documenti di soggiorno.

Dove era Maroni negli anni passati? E chi ha occupato il posto di ministro degli interni dal 2001 ad oggi, con la parentesi di Amato per meno di due anni ?
Le affermazioni del ministro dovrebbero portarlo a rassegnare immediatamente le dimissioni, dal momento che le principali responsabilità di gestione del ministero dell’interno sono state proprio sue, a parte il breve periodo del governo Prodi, che non riuscì neppure a modificare la legge Bossi-Fini, perno dello scambio politico affaristico che ha portato (e mantenuto) le destre al governo in Italia. Anche per il cedimento della cd. opposizione che prima ha aperto la strada all’imbarbarimento della disciplina dell’immigrazione e poi, in politica estera, ha assecondato tutte le scelte di Berlusconi e Maroni, ancora nel febbraio 2009, quando il parlamento ha approvato a larga maggioranza i pattugliamenti congiunti e gli accordi con la Libia (auspicati a suo tempo anche da Napoletano e D’Alema). E neppure una parola da vera opposizione oggi, mentre il ministro Maroni porta a suo merito la riduzione dei naufragi nel Canale di Sicilia, frutto della contrazione (oltre il 90 per cento in meno) delle partenze dalla Libia, senza preoccuparsi, e soprattutto senza fare sapere che in quel paese decine di migliaia di immigrati in transito, privi di documenti di viaggio, sono imprigionati nelle carceri e nei centri di detenzione di Gheddafi, e lì sottoposti quotidianamente ad ogni tipo di ricatti e di abusi, proprio per effetto degli accordi tra Italia e Libia.
Neanche un cenno critico sulle migliaia di potenziali richiedenti asilo, come gli irakeni e gli afgani, che il nostro personale di polizia e la guardia di finanza respingono quotidianamente alle frontiere portuali dell’Adriatico (Venezia, Ancona, Bari) all’arrivo dei traghetti provenienti dalla Grecia. Persone che semplicemente non esistono, come ha risposto il governo italiano alle richieste di informazione della Corte Europea dei diritti dell’Uomo presso la quale è aperto un procedimento contro l’Italia e la Grecia.

Nessuno che ricordi a Maroni i suoi fallimenti “storici”, non parliamo di integrazione e di coesione sociale, ma anche se si vuole considerare soltanto il risultato dell’attività repressiva del suo ministero nei diversi governi Berlusconi, da un punto di vista meramente contabile. Senza ricordare il dolore e la frustrazione che le scelte legislative e le prassi applicative hanno disseminato tra gli immigrati in Italia, un dolore ed una frustrazione che in futuro potrà moltiplicare per cento “rivolte” come quella vissuta a Rosarno in questi giorni.
Esistono cifre ufficiali desumibili dai documenti raccolti dalla Commissione De Mistura nel 2007 e dai dati forniti dal ministero dell’interno o raccolti nei dossier annuali della Caritas, che dimostrano senza possibilità di smentita come ogni inasprimento delle politiche migratorie sortisca un solo effetto: l’aumento incontrollato della clandestinità, come è ampiamente comprovato dal numero di persone irregolari già presenti in Italia che in passato, ogni anno, tentavano la strada della regolarizzazione successiva avvalendosi del decreto flussi, o si avvalevano delle periodiche regolarizzazioni concesse dal governo, nel 2002 e nel 2009. Provvedimenti confezionati “su misura” non certo per ridurre la clandestinità ma per venire incontro alle esigenze dei datori di lavoro che avevano alle proprie dipendenze immigrati in condizione irregolare.

Nel 2001, ad esempio, nel pieno della applicazione della legge Turco- Napoletano, le espulsioni erano state 58 mila quelle intimate e 34 mila quelle effettivamente eseguite. Nel 2002, con la introduzione della legge Bossi-Fini, erano state disposte 88.501 espulsioni, ma la percentuale tra le persone espulse e quelle effettivamente allontanate era rimasta sempre intorno al 50-60%, come durante i governi di centrosinistra degli anni 1998-2000. Già nel 2002 si notava però un leggero decremento. Se si considera infatti che circa 62.500 persone espulse “mediante intimazione” non avevano lasciato il territorio nazionale e si confronta questo dato con quello degli anni precedenti (le persone in questa situazione erano 40.000 nel ’98, 64.000 nel ’99, 58.000 nel 2000), il dato delle espulsioni effettivamente eseguite in quell’anno si attestava attorno alle 26.000 persone.

Anche se su questi dati è sempre stata polemica, è utile ricordare che per il ministero dell’interno le persone effettivamente espulse o rimpatriate sarebbero state 37.756 (40.951 per la Commissione De Mistura) nel 2003, 35.437 nel 2004 e 26.985 (34.660 per la Commissione De Mistura nel 2005), e soltanto 24.902 nel 2006. Non si può dunque negare che per quattro anni consecutivi, dopo la entrata in vigore della legge Bossi-Fini, è diminuito il numero delle persone rimpatriate, il che attesta i limiti delle strategie di contrasto dell’immigrazione irregolare sulle quali il centrodestra ha costruito i suoi successi elettorali.
Questi dati sono comunque nettamente superiori rispetto a quelli degli anni più recenti. Ed infatti sono state appena 6.553 le espulsioni di immigrati irregolari “effettivamente eseguite” nel 2008, e attorno alle 9.000 quelle eseguite nel 2009, con un calo ancora più evidente proprio nella seconda parte dell’anno con l’entrata in vigore del “pacchetto sicurezza”.

Sono cifre ufficiali desumibili dai dati forniti dal ministero dell’interno o raccolti nei dossier annuali della Caritas che dimostrano come ogni inasprimento delle politiche migratorie sortisca un solo effetto: l’aumento incontrollato della clandestinità, e questo dato è ampiamente comprovato dal numero di persone che ogni anno tentavano la strada della regolarizzazione “successiva” avvalendosi del decreto flussi, o si avvalevano delle periodiche regolarizzazioni. Si badi bene regolarizzazioni elargite dal governo per venire incontro ai gruppi sociali di riferimento, nel 2002 i piccoli imprenditori e nel 2009 le famiglie, non per ridurre la clandestinità ma per venire incontro alle esigenze di quei datori di lavoro che avevano alle proprie dipendenze immigrati in condizione irregolare. Negli ultimi due anni del governo di destra dunque, le espulsioni effettivamente eseguite si sono ridotte a poche migliaia, sempre sotto le diecimila persone all’anno, a fronte di un numero di immigrati irregolari che oggi oscilla tra 700.000 ed un milione di persone. Di cosa si vanta oggi il ministro dell’interno? Di chi sono se non sue e del suo governo le responsabilità della crescita esponenziale della condizione di “clandestinità ?

Adesso il quadro complessivo si sta ulteriormente aggravando dopo il prolungamento a sei mesi della detenzione amministrativa. Si paga ogni giorno lo scotto di una legislazione sull’immigrazione ingiusta ed inefficace, e di prassi di polizia violente ed ai limiti dello stato di diritto e delle garanzie costituzionali. Soltanto il 20 per cento degli immigrati rinchiusi (adesso per sei mesi) nei famigerati CIE, teatro di abusi e di violenze quotidiane, viene effettivamente accompagnato in frontiera. In alcuni Cie, come a Gradisca di Isonzo solo il 10 per cento degli immigrati che vi sono stati internati nel 2009 sono stati effettivamente accompagnati nei paesi di provenienza. Ed adesso la situazione rischia di esplodere anche lì, con decine di casi di autolesionismo, con tentativi continui di suicidio, con rivolte e fughe duramente represse dalle forze del (dis)ordine. E la situazione non è diversa in tutti gli altri CIE italiani, mentre vengono spesi centinaia di milioni di euro per finanziare una repressione ottusa e violenta che produce più danno di quanto non riesca a rassicurare l’opinione pubblica.

Malgrado questi fallimenti di sistema che imporrebbero di abbandonare la legge Bossi-Fini per adottare una legislazione più mirata che rispetti i diritti fondamentali delle persone, compresi gli immigrati irregolari, si insiste ancora nel dilapidare ingenti quantità di denaro pubblico per la costruzione di nuovi centri di detenzione per “clandestini”, definiti tali anche quando risiedono da decenni in Italia. In Sicilia è in fase avanzata costruzione un nuovo centro di identificazione ed espulsione a Milo vicino Trapani. Secondo il governo servono sempre nuovi posti per rinchiudere gli immigrati irregolari anche per effetto del collasso e del sovraffollamento del sistema carcerario. Il prolungamento a sei mesi della detenzione amministrativa farà implodere l’intera macchina della detenzione amministrativa. Il CIE di Caltanissetta è stato chiuso a seguito di una rivolta lo scorso mese, e nessuno ne ha parlato. Forse la notizia, tenacemente censurata per giorni, avrebbe allarmato troppo l’opinione pubblica. Altrove le comunità locali si sono opposte alla proliferazione dei centri di detenzione per immigrati irregolari ed i progetti di nuovi CIE sono rimasti nei cassetti.

Per la realizzazione dei nuovi Cie e per il prolungamento dei tempi di permanenza degli immigrati negli stessi centri e’ prevista “una spesa stimata di 233 milioni e 160mila euro dal 2008 al 2010″ pari a ’’4.640 nuovi posti disponibili”. Chissà dove li costruiranno? Una cifra ingente, se si pensa al numero di immigrati che l’Italia riesce effettivamente ad allontanare dal proprio territorio. Stiamo parlando di alcune centinaia di migranti, sembrerebbe 30 a settimana (!) come dichiarato dallo stesso Maroni alla fine del 2009, che il nostro governo riesce a rimpatriare solo grazie agli accordi di riammissione stipulati con i paesi di origine. Tutto questo viene spacciato all’opinione pubblica come un successo del governo, e quella stessa opinione pubblica adesso dovrebbe essere rassicurata dall’invio in Calabria di una “task force” del ministero dell’interno, con l’appoggio di altri esponenti ministeriali del ministero del welfare e del ministero del lavoro. Eppure qualche ispettore del lavoro in più in Calabria ci vorrebbe proprio… e magari anche qualche miglioramento nella organizzazione degli ospedali dove i calabresi continuano a morire per un nonnulla con allarmante regolarità.

Tutte le misure del pacchetto sicurezza, dai tempi brevi per la perdita del permesso di soggiorno, alla introduzione del reato di immigrazione clandestina, fino al prolungamento a sei mesi della detenzione nei CIE, vanno nella direzione della crescita esponenziale degli immigrati cd.”clandestini” in Italia. Se – come Panebianco pensa – questo significa salvaguardare la sovranità dello stato, contento lui ed i lettori del Corriere della sera. A noi, come a molti costituzionalisti, sembra che abbattere le garanzie dello stato di diritto per gli immigrati, creando un diritto penale speciale, e abolendo, per loro soltanto, le garanzie dello stato democratico e la protezione sociale, costituisca un imbarbarimento complessivo della nostra convivenza, un ritorno al passato, se non al fascismo come si è palesato nel secolo scorso, ad un nuovo populismo reazionario che, attraverso il controllo dell’informazione e dell’economia, metterà tutti “in riga”, e che, per gli immigrati, regolari e non, si tradurrà in un vero e proprio razzismo “democratico”. Saremo tutti coinvolti, nessuno escluso, lo siamo già oggi.

Che c’entra tutto questo con i fatti di Rosarno? Gli attacchi continui ai migranti e la loro ribellione sono solo effetti collaterali di quella che si annuncia come una “guerra permanente” ai migranti, considerati come i nemici interni. Come al solito, una guerra per distrarre l’attenzione dalle responsabilità di chi ha gestito le politiche migratorie in questi anni. Un fallimento totale che le destre italiane non potranno nascondere a lungo al loro elettorato, e che intanto cercano di scansare producendo ad ondate periodiche, oltre alle campagne sulla paura, leggi contrarie alla Costituzione ed alle Convenzioni internazionali, che poi si traducono in prassi applicative altamente discrezionali, spesso al limite dell’arbitrio. La clandestinità prodotta dalla legislazione dell’emergenza porta, non solo al proliferare dell’irregolarità per la mancanza di canali di ingresso legale per lavoro, ma rigetta nella stessa condizione di irregolarità migliaia di immigrati che sono espulsi dal circuito produttivo legale per effetto della crisi economica. Esattamente come le centinaia di immigrati che in queste settimane si erano spostati dalle città del settentrione d’Italia, dove erano stati licenziati, verso le campagne calabresi, ma anche pugliesi, siciliane e campane, per trovare un qualsiasi lavoro, naturalmente in nero, più frequentemente in agricoltura, dove manca la concorrenza della manodopera italiana e dove i controlli sono più attenuati. Tutto questo esaspera il conflitto sociale e le rivolte come quella di Rosarno non potranno che ripetersi ancora in altre parti del territorio. Anche per effetto di un sistema dell’informazione che amplifica i comportamenti razzisti e xenofobi come si è visto ancora in questi giorni.

L’idea di fondo dei nostri governanti, analoga a quella di molti loro colleghi europei, seppure praticata in Italia con strumenti più rozzi, è quella di non consentire alcuna regolarizzazione, successiva ( con il possesso di determinati requisiti) o permanente, e nessun canale di ingresso legale per lavoro, con la sola eccezione di quelle persone che sono altamente qualificate, oppure che rispondono a specifiche esigenze del mercato del lavoro interno, o comunitario, in prospettiva, ad esempio, infermieri e badanti. In questo modo dando priorità alle “esigenze e alle capacità di accoglienza stabilite da ciascun Stato membro”, come si legge nel Programma di Stoccolma, l’Unione Europea, e l’Italia in particolare, di fatto rinunciano a svolgere un ruolo propositivo o di regolamentazione ( governance) delle migrazioni e si limitano ad apprestare strumenti repressivi, come i voli charter congiunti e le operazioni Frontex, con i quali ( fare finta di) espellere o respingere le componenti più deboli degli immigrati condannate ad una condizione di clandestinità che nel tempo si connoterà sempre più come condizione servile o di vera e propria schiavitù.

In realtà le espulsioni (finte perché ineseguite ed ineseguibili) si traducono nella creazione di forza lavoro che sarà disposta a vendersi per mera sopravvivenza. In nome della “sicurezza” e della “capacità di accoglienza”, si andrà anche in Italia verso la costituzione di un “regime” sociale di “apartheid” che si inasprirà sempre più rapidamente. Una spirale continua perché gli allarmi sulla sicurezza produrranno leggi e prassi più restrittive, e dunque sempre maggiore “clandestinità”, effetto delle politiche di sbarramento delle frontiere e di criminalizzazione degli immigrati nel territorio nazionale, e questa maggiore diffusione della “clandestinità”determinerà a sua volta un allarme sociale sempre crescente che offrirà altri margini alla speculazione politica ed agli imprenditori della sicurezza… Si avvicina davvero il tempo di denominare il ministero dell’interno come il “ministero della paura”. E’ proprio finita la stagione delle comiche, quando i comici sono al potere, diceva qualcuno tanto tempo fa, quando i governi nazi-fascisti schiacciavano l’Europa. Un gioco al rilancio continuo sulla pelle dei migranti e delle fasce sociali più deboli, che ha permesso alle classi dirigenti della destra di vincere quasi ovunque, anche per la debolezza su questi temi di quella che si fatica a definire come “opposizione” o “sinistra”.
Il sistema delle espulsioni ( e dei respingimenti) potrà essere modificato solo quando i cittadini comprenderanno che responsabili del loro impoverimento non sono i migranti ma coloro ai quali hanno dato il consenso elettorale. Nessuna “politica concertata” sulla base di larghe intese, ma neppure quella affidata esclusivamente a strumenti repressivi, potrà “gestire” le contraddizioni che scaturiscono da un sistema economico e politico che nega il lavoro regolare, alimenta la clandestinità, non rispetta lo stato di diritto e riduce le persone a merce. Se non si saprà invertire la rotta, ma le ultime elezioni europee lasciano ben poco spazio a questa speranza, sono facilmente prevedibili fasi di conflitto sempre più violente, come si sta verificando in questi giorni a Rosarno.

Occorrerebbe invece intervenire con urgenza , soprattutto nell’agricoltura e nell’edilizia, per consentire l’emersione di queste situazioni di irregolarità che, in alcune aree del territorio, hanno creato situazioni drammatiche come a Castel Volturno, a Rosarno, in Calabria, a San Nicola Varco di Eboli, tra Pachino, Alcamo e Camporeale in Sicilia, , ovunque nelle campagne quando è tempo di raccolta. Qualunque sia il tasso di disoccupazione in Italia, è evidente che non si trova forza lavoro nazionale disponibile per mansioni come, per esempio, quella della raccolta di pomodori o degli agrumi. Siamo davvero curiosi di sapere che fine faranno le economie nei distretti agricoli, come a Rosarno, quando tutti gli immigrati se ne saranno andati, oppure, semplicemente, non arriveranno più.
Se gli africani non “salveranno” Rosarno, l’economia di quel paese non sopravviverà neppure un mese e sarà sempre più in mano ai clan della ‘ndrangheta ed alle logiche dello sfruttamento servile e dell’abbandono. Speriamo che i cronisti che oggi danno voce soltanto alla piazza di Rosarno ritornino lì tra un mese per documentare le conseguenze della guerra ai migranti che si è voluta innescare, giorno per giorno, con un crescendo che dura almeno da due anni. Un grave ferimento si era già verificato proprio a Rosarno alla fine del 2007, ma nessuno ha saputo cogliere quel campanello di allarme ed i fondi stanziati per risolvere l’emergenza sanitaria ed abitativa in quel paese non sono stati mai utilizzati.

Passata l’ennesima emergenza sicurezza, i cittadini di Rosarno potrebbero rimpiangere gli immigrati che oggi stanno scacciando con la violenza perché la loro economia ne uscirà distrutta, almeno fino a quando non riusciranno a sostituire quella forza lavoro, sempre con altre vittime di sfruttamento, magari immigrati romeni o di altri paesi comunitari, esattamente come è già successo in molte campagne siciliane. Ed anche in quel caso dallo sfruttamento dell’uomo sull’uomo non potrà che riprodursi il conflitto. E se qualche disoccupato calabrese volesse cimentarsi con quei pesanti lavori agricoli, non troverebbe certo nella piana di Rosarno condizioni economiche che gli permettano una vita dignitosa. Lo sfruttamento è una malapianta che una volta attecchita non sarà facile sradicare.

Vanno abrogate al più presto quelle disposizioni del pacchetto sicurezza, peggiorative persino della legge Bossi-Fini che stanno producendo la clandestinizzazione e la criminalizzazione di centinaia di migliaia di migranti, a partire dalla misura che estende a sei mesi la detenzione amministrativa e dalla norma che introduce il reato di immigrazione clandestina. Occorre aprire al più presto canali di ingresso per lavoro e per i richiedenti asilo, con misure urgenti da inserire nei rapporti con i paesi di transito in odo da porre fine agli abusi inflitti ai migranti ( soprattutto in Libia).
Occorre introdurre al più presto meccanismi di regolarizzazione permanente a regime, in modo da fare emergere tutto il lavoro sommerso degli immigrati, a partire da quelli impiegati in edilizia ed in agricoltura. Occorre abbreviare drasticamente i tempi burocratici per il rinnovo dei documenti di soggiorno. Vanno potenziati i controlli e si deve rilasciare uno speciale permesso di soggiorno per ricerca lavoro a quegli immigrati che denunciano il datore di lavoro “in nero”. Nell’immediato occorre garantire assistenza legale e supporto socio-assistenziale a tutti gli immigrati che si trovano a Rosarno, anche se privi di documenti di soggiorno.
Tutti i richiedenti asilo dovranno avere accesso alla procedura per il riconoscimento di uno status di protezione internazionale, o di protezione temporanea, e quanti hanno ricevuto un primo diniego devono essere posti nelle condizioni di restare in Italia fino all’esito definitivo del ricorso. Il sistema di accoglienza per loro previsto ( lo SPRAR ed i centri di prima accoglienza) va potenziato e rifinanziato per non costringere chi è fuggito da guerre e persecuzioni alla “sopravvivenza animale” nella quale si sono trovati gli immigrati nelle campagne di Rosario.
Le vittime delle violenze di questi giorni andranno risarcite e lo stato di diritto andrà ripristinato anche nei territori della piana di Gioia Tauro. Più giustizia sociale (prima) e meno polizia in assetto antisommossa ( dopo).

Sfruttamento dei lavoratori e clandestinità dei migranti saranno sempre più connessi e stanno già coinvolgendo, insieme agli immigrati, migliaia di lavoratori italiani che hanno perso il posto di lavoro, non sono coperti dagli “ammortizzatori sociali” ed al pari degli immigrati devono soggiacere al ricatto dei caporali e degli imprenditori che lavorano nel cd. sommerso. Una economia quella del lavoro nero che produce una parte consistente di PIL, e di ricchezza privata, che sfugge ad ogni contributo previdenziale ed a ogni controllo fiscale.
Per invertire questa spirale perversa, per restituire legalità al mercato del lavoro, e soprattutto per garantire un minimo di diritti e di dignità ai lavoratori, italiani o immigrati che siano, occorre potenziare i controlli sul lavoro avvalendosi ( oltre che degli ispettori del lavoro e della guardia di finanza) di possibilità concrete di regolarizzazione successiva offerte agli immigrati che denuncino i datori di lavoro in nero, soprattutto nei settori dell’agricoltura e dell’edilizia. Se si eluderà ancora questa scelta, qualunque altra decisione, dall’invio dei corpi speciali di polizia antisommossa, fino alle deportazioni ed alla criminalizzazione di massa ( per effetto del nuovo reato di immigrazione clandestina) costituiranno ulteriori regali alla criminalità che prolifera sullo sfruttamento del lavoro degli immigrati irregolari.

Ancora una volta assisteremo nei prossimi giorni ad uno show ministeriale sulla tolleranza zero, come si annuncia l’audizione di Maroni martedì prossimo in Parlamento, una parata simbolica contro il traffico di esseri umani e lo sfruttamento del lavoro servile, che potrebbe presto risolversi, con le scelte annunciate dal ministro, in un ulteriore inasprimento normativo, e quindi nell’ennesimo abbassamento dei livelli di sopravvivenza delle vittime, di coloro che non hanno avuto altra scelta di entrare nel nostro paese irregolarmente, con la speranza di potere un giorno regolarizzare la loro posizione (esattamente come anno fatto i tre quarti degli immigrati oggi presenti in Italia).